|
tratto dall'opuscolo realizzato in occasione del 30' Anniversario della Parrocchia: Parrocchia S.Barbara: origini, storia e attività parrocchiale. La Parrocchia S. Barbara è stata istituita nel 1966 e nel 1936, venne inaugurata la chiesa; ma della costruzione di una chiesetta in questa zona di Ragalna si cominciò a parlare già nel 1912.In quell'anno un gruppo di cittadini si costituì in commissione e cominciò a cercare un'area, sulla quale costruire una chiesetta da dedicare a S. Antonio Abate; si rivolse quindi ai signori Ventura, che possedevano un piccolo spezzone di terreno, a ovest dell'incrocio fra la Via Paternò e la Via Villaggio S.Francesco (che si chiamava Via Capreria o dei Bordonari).Il signor Salvatore Ventura, originario di Paternò, si dichiarò disponibile a donare il terreno ponendo però la condizione che la chiesetta fosse dedicata a S. Barbara.La commissione non accettò la proposta e continuò nella ricerca dell'area per costruire la chiesetta; ne trovò una in contrada Piano Vite.Però in questo caso l'area era piuttosto distante dalla zona dove in quel periodo si stava verificando un notevole aumento della popolazione; la Commissione decise quindi di accettare la proposta del Signor Ventura e incaricò l'ingegner Cesare Impallomeni di Paternò di redigere il progetto di una chiesetta da dedicare a Santa Barbara. Alcuni cittadini però proposero di realizzare una chiesa più ampia e spaziosa che potesse soddisfare anche esigenze future e ospitare un maggior numero di fedeli: a quel punto però il terreno messo a disposizione dai coniugi Ventura non era più sufficiente e la Commissione si rivolse ai signori Bruno per chiedere loro la cessione di un tratto di terreno limitrofo a quello dei Ventura. La donazione dei due terreni avvenne con un unico atto in data 15 aprile 1913 rogato dal notaio Concetto Oliveri di Paternò: da una parte i coniugi Salvatore Ventura e Vincenzina Lischetti e i coniugi Domenico Bruno e Santa Navarria cedettero il terreno per "costruire una Chiesa a scopo di culto", dall'altra, in rappresentanza dellaCommissione, accettarono la donazione i signori Mario Motta, Giuseppe Sotera, Angelo Di Bella, Antonino Pappalardo e GiuseppeNicolosi.
Nel luglio del 1913 iniziarono i lavori di realizzazione della, "chiesa nuova", come da subito fu chiamata in rapporto alla chiesa madre, già esistente e quindi indicata come "vecchia''. Fondamentale fu l'apporto della popolazione che prestò gratuitamente numerose giornate di lavoro, ma con l'entrata in guerra dell'Italia, nel
1915, i lavori dovettero essere interrotti sia a causa della chiamata alle armi di molti cittadini sia per l'aumento notevole del costo dei materiali da costruzione. Fino a quel momento era stata completata l'intera fondazione, i muri perimetrali per circa un metro d'altezza e la parte posteriore era stata ultimata del tutto, compresa la copertura. I lavori rimasero in questo stato per lungo tempo; solo nel 1935 si riprese la costruzione con nuovo entusiasmo tanto che l'anno seguente la "nuova" chiesa, seppure incompleta, fu benedetta dal Vicario generale Mons. Scalia e inaugurata ufficialmente alla presenza di S.E. il Senatore G. Russo, il 7/4/1936. L'Arcivescovo di Catania autorizzò la celebrazione della Santa Messa, cosicché, ogni domenica e nei giorni festivi la Funzione veniva regolarmente celebrata dal Parroco della Chiesa Madre, Padre Antonino Franco, e la gente portava ciascuno la propria sedia da casa. in questa fase i lavori per il completamento della chiesa erano stati seguiti dall'Ing. Enrico Guido, ma solo gradualmente e con il passare del tempo vennero eseguite le varie rifiniture interne, dalle finestre all'intonaco, grazie ai contributi dei fedeli. Dal 1945, e fino al 1966, la chiesa fu officiata dal Rev. Padre Andrea Viscuso, che per tutto questo periodo ne fu rettore.
Nel 1960 Padre Viscuso incaricò l'ing. Mario Patané, nipote dei coniugi Ventura di redigere un progetto per il completamento del prospetto principale, e la costruzione di un campanile, di una sagrestiae di un salone parrocchiale.Il progetto redatto dall'ing. Patané, fu "approvato" da una appositaCommissione e fa successivamente proposto al Comm. MichelangeloVirgillito, die si impegnò a finanziare i lavori di realizzazione, che ebbero inizio alla fine del 1962.La parte centrale del prospetto principale venne rivestita in pietra calcarea di colore chiaro e arricchita da un rosone realizzato dallo scultore catanese Epifanie Vasta, e furono realizzati anche il campanile e il salone parrocchiale.I lavori furono completati entro il mese di marzo del 1964 e i cittadini intervennero prontamente presso le autorità ecclesiastiche affinchè, la chiesa fosse elevata a Parrocchia.Accogliendo tale richiesta e desiderio S.E. l'Arcivescovo Mons. Luigi Bentivoglio, in data 26/06/1966, istituì la parrocchia intitolandola a Santa Barbara ed emanò un decreto assegnando contestualmente il territorio di competenza. Il giorno successivo, il 27 giugno, lo stesso Arcivescovo nominò primo parroco Padre Giuseppe D'Ali e, giorno 29, consegnò ufficialmente con una solenne celebrazione alla presenza dei fedeli, la nuova parrocchia al parroco.Dalla data di istituzione della Parrocchia è iniziata l'attività pastorale in tutte le sue forme: dalle attività di catechesi a quelle liturgiche e caritative, all'amministrazione di tutti i sacramenti.La parrocchia negli anni è anche diventata, sempre più, un punto di riferimento per gruppi ecclesiali ed il salone annesso alla chiesa è stato la sede di numerose attività ricreative, culturali e sociali espresse dalla comunità parrocchiale. Inoltre la Parrocchia ha dato spazio alle aspirazioni e istanze dei cittadini sostenendo cause, come quella dell'autonomia comunale. Proprio per festeggiare la raggiunta autonomia comunale nel 1985, il 26 maggio fu organizzata una solenne concelebrazione in Piazza S. Barbara presieduta da Mons. Nicola Ciancio, con larghissima partecipazione dei cittadini e la presenza del Commissario regionale Dott Scialabba e di numerosi parlamentari nazionali e regionali.Ancora con il concorso attivo dei fedeli la chiesa si è arricchita di un orologio, di nuove campane, e di un organo a canne, della ditta F.lli Ruffatti. Successivamente nel 1989, con contributi comunali, regionali e ancora una volta con la partecipazione dei fedeli si sono iniziati dei lavori di restauro di alcune parti dell'edificio, rimediando al degrado causato dagli agenti atmosferici. Tali lavori hanno comportato il rifacimento della pavimentazione, su disegno dell'Arch. Salvatore Guglielmino e il riassetto della copertura. Inoltre, su progetto dell'Arch. Salvatore Pappalardo, sono stati eseguiti, pur con qualche modifica, degli interventi di ristrutturazione e ornamento dell'interno dal decoratore Giuseppe Montalto.
Tali interventi di ridisegno architettonico dell'interno hanno comportato l'abbassamento delle arcate a tutto sesto nella parte posteriore della navata e la creazione di tré arcate a tutto sesto al posto degli architravi dritti nella parte anteriore; è stato inoltre realizzato un cornicione lungo tutto il perimetro della chiesa e delle lesene sono state addossate ai pilastri preesistenti e alla parete absidale. L'intemo, infine, è stato interamente tinteggiato e decorato con stucchi e arricchito da tré dipinti su tela collocati sulla volta. L'inaugurazione della chiesa si è svolta alla presenza dell'Arc. S.E. Mons. Luigi Bommarito il 3/06/1994. (foto nella galleria fotografica)
Questa parte di testo è stata redatta con la collaborazione di Mario N., dell'Associazione culturale il lapillo, e di Mirella M. Bibliografia: "Orìgini, Stona e avvenimenti del quartiere "Chiesa nuova" di Ragalna", Ing. Mario Patané, Ragalna Notizie n. 20' 1990 e segg. |
|
|
Itaca (Costantino Kavafis) |
ItacaQuando ti metterai in viaggio devi augurarti che la strada sia lunga. Itaca ti ha dato il bel viaggio: cos’altro aspetti? E se la trovi povera non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio con la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare. Costantino Kavafis(1863-1933) |
|
Copyright © Alessio Asero
Gli sguardi dei soldati erano vuoti. La Luna li guardava con un velo di malinconia, quasi cosciente dei loro destini. Il silenzio della notte veniva squarciato dagli spari dei soldati nemici oltre il fiume, oltre le colline, oltre ogni fredda ragione… Giorgio non riusciva a prendere sonno. Nel frattempo Konrad montava il turno di guardia; pensava a sua moglie, ai suoi figli, alle giocate a carte con gli amici e si chiedeva il perché di questa guerra, di quest’odio ingiustificato: ma soprattutto si interrogava sul significato della sua vita e di quella degli altri soldati. “Come va Konrad?” gli sussurrò Giorgio all’orecchio. Il “Filosofo”-così veniva chiamato Konrad dagli amici che conoscevano la sua passione per la filosofia- non si girò a guardarlo,non gli rispose neanche: sembrava che i suoi pensieri l’avessero rapito, sembrava non rendersi conto della realtà che stava vivendo, degli orrori a cui doveva partecipare. Giorgio capì che non era il caso di insistere e decise di andarsene ma, non appena si allontanò dal suo orecchio, si sentì afferrato per un braccio. Con uno sguardo ancora assorto nei pensieri Konrad gli chiese: ”Perché siamo qui?” . L’atmosfera sembrava voler soffocare ogni tipo di risposta, l’odore delle armi ancora calde ricordava minaccioso le rappresaglie del tardo pomeriggio, il cielo si era nascosto dietro le nuvole, persino le cicale che scandivano il tempo con i loro striduli avevano smesso di fare da retroscena a quell’assurda realtà. “Stai tranquillo, ce la faremo!” gli esclamò Giorgio. Ma la verità era un’altra ed entrambi sapevano che solo la speranza li avrebbe potuti salvare dalla paura di morire. Intanto si era fatto giorno, un altro giorno di guerra, di paura, di profonda angoscia… Il generale Clark disse ai suoi uomini che era venuto il momento di attaccare il nemico da Ovest, lì, in mezzo ai boschi e alle colline; sapeva che era rischioso, che molte vite umane sarebbero state uccise in quell’attacco ma non aveva scelta:era l’unico modo di sopravvivere alla superiorità numerica e militare del nemico. Giorgio e Konrad seguivano il gruppo a distanza, avevano paura, stavano vicini guardandosi intorno e stringendo il fucile con tutte e due le mani. Ad un tratto un soldato urlò: ”Siamo fottuti, siamo fottuti, è un’imboscata, scappiamo, siamo fottuti!” . Rapidamente il panico si diffuse tra gli uomini del 5° reggimento. I due amici-soldati non sapevano dove sparare, cosa fare, vedevano i loro compagni cadere ad uno ad uno come foglie d’autunno, la paura prese il sopravvento… Konrad rimase immobile, non riusciva più a muoversi. Dei proiettili gli colpirono prima una spalla e poi una gamba, si accasciò fermo al suolo, non aveva più voglia di combattere e di rimanere lì, in mezzo agli assordanti spari delle mitragliatrici nemiche, aspettava solo che la morte lo andasse a prendere. Nel frattempo Giorgio era riuscito a mettersi al sicuro dietro ad un albero; provava una strana sensazione: era come se gli alberi della foresta guardassero dall’alto dei loro rami la scena di quel massacro e gli sussurrassero che Konrad non era morto, che era ancora vivo e aspettava che lui lo andasse a salvare. I pensieri di Giorgio affollavano la sua mente, aveva paura di morire, ma non poteva lasciare lì il suo amico di guerra e di vita. Così, preso dai rimorsi, Giorgio si precipitò a cercare Konrad in mezzo a quel teatro di sangue, scena di violenza e di distruzione. Non sapeva dove cercarlo, dove trovarlo, i corpi sembravano tutti uguali e gli spari continuavano imperterriti in cerca di altre vittime. Ad un tratto Giorgio si ricordò di quel breve dialogo fatto con Konrad la notte precedente; si ricordò di quell’atmosfera pesante come il piombo dei proiettili, del cielo che si nascondeva dietro le nuvole proprio come lui si era nascosto dietro gli alberi… Decise di chiudere gli occhi per ascoltare almeno una volta nella sua vita il silenzio, di trovare una risposta dentro sé stesso, nel profondo del suo cuore, nella sua anima… Improvvisamente sentì lo stridulo di una cicala, lo seguì, sentiva che quella cicala gli avrebbe indicata la giusta strada per salvare la vita del “Filosofo”. Riuscì a trovarlo, fuggirono insieme verso la vita e compresero che l’importante non è capire perché viviamo ma vivere. |
|
Leggi tutto...
|
|
|
 a cura di Alessio Asero Se riesci a conservare il controllo quando tutti Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa; Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio; Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare, O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne, O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio, E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio; Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone; Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo; Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina E trattare allo stesso modo quei due impostori; Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante, E piegarti a ricostruirle con strumenti logori; Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite E rischiarle in un colpo solo a testa e croce, E perdere e ricominciare di nuovo dal principio E non dire una parola sulla perdita; Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti, E a tener duro quando in te non resta altro Tranne la Volontà che dice loro: "Tieni duro!". Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù, E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente, Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro, Se tutti contano per te, ma nessuno troppo; Se riesci a occupare il minuto inesorabile Dando valore a ogni minuto che passa, Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa, E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio! (Rudyard Kipling) |
|
|
LETNA: LA FLORA E LA FAUNA |
|
 a cura di Tiziana Di Leo
Ricca di storia, di fascino, di miti e leggende l’Etna è anche ricca di coltivazioni, vegetazione spontanea e di una fauna caratteristica. Le rigogliose coltivazioni di frutti nostrani e pregiatissimi, identificabili già a quota 600, giungono senza alcuno sforzo fino a 1000 metri s.l.m. Le coltivazioni locali, tra i 600 e gli 800 metri s.l.m., costituiscono un cerchio ideale, con le cromie della terra, che cinge i fianchi della montagna. I territori di Bronte e Maletto sono famosi per le coltivazioni, rispettivamente, di pistacchio e fragole e per l’abbondanza di prodotti tipici realizzati con questi semplici prodotti della terra (torte, gelati, pasticcini etc;). Uscendo da Ragalna, in direzione del Vulcano, prosperano invece le colture di svariati frutti quali le mele, dai diversi colori (dovuti alla tipicità del terreno e del clima) e dalle dimensioni così singolari. Queste mele sono, infatti, molto piccole rispetto a quelle che compriamo di solito dal fruttivendolo di fiducia o al supermercato ma il loro gusto così dolce e succoso riesce a conquistare anche il palato più esigente. E continuando lungo questa strada non è difficile incontrare anche colture di pere e di pesche, quest’ultime rare e insolite si sono meritate il soprannome di “tabacchiere dell’Etna” a causa della singolare forma. Infine a quota 1000 nella zona del Pedemontano sorgono i vigneti di Nerello, famosi e decantati vigneti dai quali nasce il vino dell’Etna a marchio D.O.C. Oltre i 1000 metri vi è abbondanza di vegetazione silvestre e selvatica. Passeggiando tra i 1000 e i 2000 metri si incontrano gli ulivi e la ginestra dall’intenso colore giallo e dall’inebriante profumo, poi lentamente il paesaggio cambia e davanti al visitatore si distendono incantevoli boschetti di castagni, con i loro sottoboschi particolarmente belli e odorosi in autunno. Continuando a salire si incontrano betulle, faggi e pini laricati. Poco al di sopra dei 2000 metri si incontrano la saponaria, l’astragalus (tipico della macchia mediterranea) e ancora più su radure di muschi e licheni. |
|
Leggi tutto...
|
|
|
SANTA BARBARA Santa Barbara, oggi patrona di Scandriglia, Rieti, Villacidro in Sardegna, Zafferana Etnea e Paternò, nacque a Nicomedia, sita nell’attuale Turchia, nel 273 d.C.
La sua vita fu interamente dedicata alla preghiera, allo studio ed al lavoro tanto da affibbiarle l’epiteto di ragazza “barbara”, cioè “non romana”. Epiteto, tra l’altro, che veniva usato come denominazione di disprezzo nei suoi confronti. Tra il 286 e il 287 d.C., Santa Barbara si trasferì presso la villa rustica di Scandriglia poiché il padre Dioscoro, grande fanatico pagano e fervido collaboratore dell'imperatore Massimiano Erculeo, fece costruire una torre per difendere e proteggere Barbara durante le sue assenze. Il progetto originario prevedeva due finestre che diventarono successivamente tre, riferite alla Croce di Cristo, secondo il personale desiderio di Barbara. La fervida manifestazione di fede a Cristo da parte di Barbara provocò l'indescrivibile ira di Dioscoro. Essa, per sfuggire alla cieca furia di quest'ultimo, decise di nascondersi nel bosco dopo aver danneggiato gran parte degli Dei pagani della sua villa. Dioscoro, una volta trovata, la consegnò al prefetto Marciano denunciandola di empietà verso gli Dei romani e di adesione alla nuova religione cristiana. Durante il processo, iniziato il 2 dicembre 290 d.C., Barbara difese la propria fede ed esortò il padre, il prefetto e tutti i presenti a ripudiare la religione pagana per abbracciare la nascente Fede Cristiana. Fu, per questo motivo, torturata e graffiata mentre cantava inni al Signore. Il giorno successivo aumentarono i tormenti mentre la Santa sopportava ogni prova grazie all’aiuto della sua fede. Il 4 dicembre, dopo la sentenza di morte, Dioscoro in persona prese la treccia dei lunghi capelli di Barbara e vibrò un deciso colpo di spada per decapitarla. Insieme a Santa Barbara subì il martirio la sua fidata amica di sempre, Santa Giuliana. Secondo la leggendaria tradizione, il cielo divenne scuro e una folgore colpì a morte Dioscoro. La tradizione scandrigliese, per questo, invoca la Santa contro i fulmini, il fuoco, la morte improvvisa e il pericolo. Nel 313 d.C., quando l’imperatore Costantino consentì di rendere un culto esterno ai martiri, i fedeli addobbarono il sepolcro di Barbara e successivamente vi costruirono un oratorio. Nel IX secolo d.C. decadde dal suo primitivo splendore e nel X d.C. venne abbandonato a seguito dell'invasione saracena. Finita l'invasione, circa nell'anno 1000 d.C., fu eretta una chiesa interamente rifatta che esiste ancora ai giorni nostri. Tra il 955 ed il 969 d.C. i reatini organizzarono una spedizione a Scandriglia, in provincia di Rieti, e dopo varie ricerche trovarono il suo corpo. Le sue spoglie mortali vennero, così, sottratte ai ricercatori di corpi santi e portate al sicuro nella Cattedrale di Rieti dove ancora oggi riposano in pace sotto l'altare maggiore. |
|
Il Municipio di Ragalna in costruzione |
|
|
 a cura di Tiziana Di Leo Il Vulcano “ETNA” Numerosi sono i simboli che contraddistinguono e rendono unica la nostra isola nel mondo: dalla sua tipica forma a triangolo, la “trinacria”, alle distese di mandarini, arance e limoni, alle risorse del patrimonio storico ed archeologico e molto altro ancora. Ma più di tutto è forte l’identificazione della Sicilia e della sua gente con il Vulcano ETNA. Immensa, maestosa, imponente. Il suo profilo domina una vastissima porzione della Sicilia orientale da Catania a Messina e persino dalla città di Reggio Calabria nonché dalla sommità della seggiovia di Gambarie, in Aspromonte. E’ un vulcano attivo, il più alto d’Europa, con i suoi 3343 mt. s.l.m., ed uno tra i maggiori al mondo. Ma i siciliani non ne temono l’ira e a furia tanto che essa viene spesso innocuamente definita “a muntagna”. Ancora oggi conserva il suo antico nome, ovvero “Mongibello”. DAL MITO… Da secoli questo vulcano affascina abitanti e visitatori, nei secoli passati moltissimi nomi le sono stati attribuiti. Dal toponimo greco “Aitna”, che per i Romani divenne semplicemente “Aetna”, con il significato di “bruciare”, al toponimo Arabo “Jabal al-burkãn” ovvero “vulcano” in lingua araba. Una piccola curiosità a riguardo è data dal fatto che l’appellativo “a muntagna” per riferirsi al proprio vulcano è tipica delle popolazioni etnee, mentre è estranea al resto della Sicilia. Nel corso dei secoli la malia della “montagna” ha conquistato pittori, poeti, scrittori, viaggiatori, cantautori, verseggiatori, che hanno cercato di “imprigionarne” lo spirito nelle loro tele, nelle immemorabili pagine di una letteratura di viaggio, nelle loro storie e nelle loro canzoni. Leggenda e storia si confondono ed ecco che creature mitologiche e fantastiche fanno capolino dalla sommità del vulcano e dalla mente della gente. Si racconta di Giganti ribelli e bellicosi intrappolati nelle viscere dell’Etna per volere degli dei, si racconta di Eolo, dio del vento, che, sempre secondo le leggende, ha dimora nelle isole Eolie (che proprio da lui prendono il nome) il quale decise di “intrappolare” i venti nei cunicoli sotterranei del vulcano, ed i venti da allora tentano inutilmente di scappare, ed il loro lamentoso sibilo si può udire durante le silenziose notti stellate. Si racconta anche che Efesto (il dio del fuoco chiamato dai Romani “Vulcano”) abbia nella pancia dell’Etna le sue fucine e che incessantemente produca manufatti ed artiglieria per i capricciosi e pretenziosi dei. |
|
Leggi tutto...
|
|
|
Curiositą dal Passato: Luigi XIV |
|
 a cura di Tiziana Di Leo La storia, si sa, è maestra di vita (historia docet), fonte certa di notizie talvolta ad alto contenuto informativo altre volte semplicemente curiose ed originali. Dalla notte dei tempi singolari avvenimenti sono stati tramandati sino a noi su pergamene ingiallite, papiri trafugati e libri “proibiti”. Da tempo immemorabile instancabili “cronisti” hanno annotato e reso noto quanto accadeva intorno a loro, descrivendo città, paesi, campagne e soprattutto gente. Uomini e donne, ricchi e miseri, potenti e poveri infelici.Ciò che comunemente non traspare dai comuni libri di storia è la vera personalità di tutti i grandi protagonisti che hanno cambiato il volto del nostro pianeta, la loro intima natura. Grandi pensatori e pensatrici, abili strateghi, importanti uomini d’affari, erano prima di tutto solo uomini o solo donne, con le loro piccole fobie e le loro piccole manie. Luigi XIV (1638 – 1715) regnò sul trono di Francia dal 1651 fino al 1715, anno della sua morte, com’era consuetudine. Fu definito "Re Sole" per lo splendore del suo regno. La profonda fede religiosa gli fu impartita dalla madre, mentre il Cardinale Mazzarino gli impartì quelle regole sagge e fondamentali per regnare con giustizia e rettitudine su di un vasto e importante territorio come la Francia del diciassettesimo secolo. Fu Luigi XIV a far costruire la splendida reggia di Versailles, che utilizzò dapprima come “rifugio” durante le proprie battute di caccia e che in seguito trasformò in una sorta di Atlantide per i nobili, dove la vita trascorreva serena tra rutilanti feste, balli in maschera e sregolata sontuosità. Fu Luigi XIV, sebbene assai ignorante, ad incoraggiare le arti, lo studio e la scienza durante gli anni della sua reggenza. Insomma la storia del grande “sovrano” è nota a tutti, ma ciò che invece è meno conosciuta è la storia dell’uomo. Ad esempio a molti sarà noto che nei primi anni del suo giovane regno furono numerosi gli attentati ai danni del sovrano, tutti fortunatamente sventati e che ciò provocò in Luigi una profonda diffidenza quasi aberrazione nei confronti dei cittadini di Parigi, dei quali continuò a sospettare tutta la vita portandolo addirittura a negare cariche politiche. Di lui si conosce l’abilità strategica, il senso dello Stato e della giustizia, la dedizione al suo regno, meno noto è l’ardore amoroso di questo grande re. Egli, infatti, considerava suo personale privilegio il diritto all’adulterio, dunque, al di là del matrimonio ebbe numerosissime amanti tra le quali si ricordano Maria Mancini, nipote di Mazzarino, Louise de La Vallière (dalla quale ebbe quattro figli illeggittimi), la marchesa di Montespan (che gli diede otto figli legittimati successivamente), e la Maintenon, che il sovrano, rimasto vedovo, sposò nel 1684. Si racconta che Luigi fosse assai parco nelle spese, un po’ pitocco quando poi si trattava di spendere per gli altri, o “le altre”. Si racconta che quando una delle sue amanti gli chiese un camino più grande affinché potesse riscaldarsi meglio durante le gelide sere invernali, il re si limitò a regalarle una sedia con uno schienale più alto per proteggere collo e testa e le consigliò di tenere chiuse le finestre delle sue stanze.Credendo poi che l’uso dell’acqua fomentasse pericolose malattie, per evitare episodi epidemici a corte, bandì da Versailles la pulizia, abbondando in compenso con l’uso di profumi ed unguenti a base di olio. Fu grande non soltanto nella reggenza di un territorio vastissimo ma anche a tavola; pare, infatti, che i suoi pasti regolari (non banchetti e ricevimenti) durassero minimo un’ora. E poiché egli era un’amante del gioco ad ogni pasto veniva presentata una portata “misteriosa” che il Re doveva svelare solo al momento opportuno. A colazione, si dice, non mancava mai “la chocolat” ed anzi l’introduzione in ambito europeo di questa deliziosa bevanda si deve proprio a Luigi XIV. Famose furono anche le sue “Bal d’amour” (ovvero feste d’amore) nei giardini di Versailles, a base di succulenti cibi, frutti esotici e soprattutto cortigiane, che gli davano licenza di fondere le sue due grandi passioni, l’amore per il cibo e quello per le donne. Infine come poteva un così maestoso monarca non essere anche un dispotico egocentrico? Egli infatti amava sottolineare spesso che in amore e nel gaudio egli doveva gioire più d’ogni altro uomo e che la manifestazione incontrollata della felicità altrui sminuiva di colpo la sua.Liugi XIV fu sovrano di una splendida Francia, sotto di lui questa nazione raggiunse il massimo splendore in campo diplomatico ed artistico imponendosi sull’intero panorama europeo e dunque alla luce di ciò i piccoli “peccatucci” e le stranezze del monarca possono anche passare in secondo piano.
|
|
|
 a cura di Alessio Asero Questa sezione rappresenta un elenco parziale delle frasi più belle che ho tratto dai libri e che sono state utili alla mia formazione. In alcuni casi non ho annotato l'autore. Buona lettura. Alessio Asero Dalla virtù nasce la ricchezza. (Socrate) Le cose nobili hanno anche una loro intrinseca suggestione. (M. F. Quintiliano) Del maestro scrive: <<Assuma innanzi tutto sentimenti paterni nei confronti dei suoi scolari e ritenga di sottentrare al posto di coloro che gli affidano i loro figli. Egli non abbia vizi, né li tolleri. Sia egli austero, ma non rigido, sia benevolo ma non privo di energia, perché non si faccia odiare per la rigidezza e disprezzare per la mancanza di energia. Il suo discorso verta spessissimo su ciò che è buono e onesto, perché quanto più spesso avrà dato ammonimenti, tanto più raramente dovrà castigare. Non sia affatto collerico e tuttavia non passi sopra a ciò che merita di essere biasimato; sia semplice nella sua maniera di insegnare, tollerante la fatica, assiduo piuttosto che eccessivo. Risponda volentieri a coloro che lo interrogano e spontaneamente prevenga ed interroghi coloro che non fanno domande. Nel lodare le risposte dei discepoli non sia scarso, né prodigo, perché il primo atteggiamento genera l'avversione al lavoro, il secondo una fiducia dannosa. Nel correggere gli errori non sia aspro e per niente offensivo, perché ciò che allontana molti dal proposito di studiare è che certi maestri sgridano come se odiassero>>. (M. F. Quintiliano) La conoscenza della realtà è sempre la massima delle aspirazioni. (Aristotele) |
|
Leggi tutto...
|
|
|

Per gentile concessione dell dott. Nino Giuffrida, dalla sua collezione privata Le più belle foto di una Ragalna del passato Per visitare la galleria fotografica clicca qui Per vedere lo slide show clicca qui (8Mb) |
|
|